Il signor B. ha 82 anni. Da 72 coltiva il mezz’ettaro di terreno preso in affitto dal padre e poi da lui stesso: è uno degli ortolani più anziani e più esperti della città di Catania. Sì, perché il signor B. è uno degli ultimi agricoltori urbani nella città etnea. Cavoli, basilico, lattughe, pomidoro, fave, piselli, melanzane, fragole e chissà quanto altro ancora: ogni mattina è un viavai di clienti che, fiduciosi della sapienza del signor B., scendono dai loro palazzi, si fermano con la macchina nel tragitto tra ufficio e casa, e acquistano frutta e verdura. Tutto coltivato rigorosamente in terra aperta, e non in vaso (come accade invece in molti vivai della zona).
Il terreno del signor B., o per meglio dire il terreno che lui ha in affitto, è collocato tra la via Etnea e la circonvallazione, esattamente ai piedi del Tondo Gioieni. Il terreno appartiene al Duca di Misterbianco, che ne farà un posteggio per automobili a partire da giugno 2007 (ma già oggi, 7 maggio, una ruspa era in azione).
Il signor B. è stanco. A 82 anni, dice, si vuole ritirare. Dice che le forze non l’aiutano più, e neanche la memoria. Sua sorella e suo nipote, all’ombra del fico all’ingresso dell’orto, giurano che lui sia davvero bravo, esperto e preparato. “Ha anche un’enciclopedia dell’orto” aggiunge la sorella. C’è da crederci: in 72 anni il signor B. avrà piantato milioni di semi, avrà dato fiumi di acqua, avrà raccolto migliaia di chili idi prodotti agricoli. E avrà visto crescere una città attorno al suo orto. Ma cosa sono gli orti urbani? Catania ne conta davvero tanti: Cibali, San Cristoforo, Nesima Inferiore, PIcanello, Fossa Creta, Acquicella, via Palermo, Sciara Curìa, per fare i nomi di alcuni dei quartieri che li ospitano; ma chissà quanti altri sono presenti nel territorio cittadino e non se ne sa niente. La loro è spesso una funzione di auto-sostentamento: sono in piccolo quello che la Fao sta promuovendo come campagna contro la fame nelle città (cibo per le città). I più grossi – come quello del signor B. – hanno un mercato e, senza saperlo, sono una sfida: perché tanta gente sceglie di rivolgersi agli “ortolani urbani” e non, invece, di riempire comodamente il carrello di prodotti ortofrutticoli in un centro commerciale, con tanto di cellofan e bollino di qualità? Certo, orto urbano non è sinonimo di natura, né tanto meno automaticamente di qualità: l’agricoltura è per antonomasia un intervento con cui l’uomo ha fortemente modificato la natura; per ciò che riguarda la qualità, gli orti cittadini sono soggetti al rischio di inquinamenti (acqua, aria). Questo non ne riduce però il valore, perché – al contrario delle grandi produzioni agricole industriali – l’orto in questione è sotto casa, e dal balcone (si fa per dire) posso vedere che acqua e che concimi usa l’ortolano. Ovvero, la filiera produttiva è brevissima, cosa impossibile per i prodotti in vendita nei supermercati (sulla cui qualità ci dobbiamo fidare delle strutture di controllo e dei loro bollini).
L’orticoltura quindi è anche una tradizione urbana. Non si sa ancora se è nata come forma di economia (di sostentamento o di mercato), o se (come ipotizza chi scrive) è anche un residuo di cultura rurale, approdato in città nelle epoche dell’esodo dalle campagne. Sta di fatto che – dall’inedito punto di osservazione agricolo degli ortolani urbani – la città si è trasformata, e con lei i bisogni di chi la abita. L’orticoltura è certamente un potente strumento pedagogico. L’educazione ambientale, quella alimentare, la conoscenza e il rispetto delle risorse della Terra non possono fare a meno del potenziale educativo del preparare la terra, seminare il seme, curare la pianta e raccogliere il frutto. Il tema del sapere aspettare, del coltivare, del produrre con il proprio lavoro, del rispettare terra, acqua, aria e sole, del temere la grandine, ma anche del mangiare ciò di cui si conosce la provenienza, sono indubbiamente elementi che possono giovare alla costruzione della crescita di bambini e ragazzi. Senza dimenticare il valore del trasferimento di saperi da un anziano orticoltore alle nuove generazioni.
Tutto questo, è ancora possibile a Catania? forse, ma non per il signor B.: Lui chiude i battenti; e lo fa perché, dice, è stanco. Ma siamo sicuri che le ruspe nel suo terreno non abbiano accelerato un processo sì ineluttabile, ma forse ancora lungi dal concludersi? E questa città non potrebbe vedere un po’ più di raziocinio sui posteggi e sulle iniziative private in tal senso, e magari più valorizzazione delle culture agricole urbane? L’orto del signor B. è una pianta antica che oggi qualcuno sta recidendo brutalmente: forse ne andrebbe piantato il seme, magari altrove, ma andrebbe fatto.
Riferimenti e link: “Fatal harvest e la tragedia dell’agricoltura industriale” di Piero Bevilacqua, su eddyburg.it Intervista a Gianfranco Zavalloni, sugli orti didattici
Civiltà Contadina
Gli orti urbani, di “Lidia”
“Dai ‘comuni polvere’ alle reti di municipi” di Alberto Magnaghi
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