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Il libro "Miseria dello sviluppo"
Piero Bevilacqua Miseria dello sviluppo | | Il saccheggio del tempo | È da almeno un decennio che un lamento generale e crescente si leva dal mondo dei viventi e giunge, vanamente, sino al cielo: manca il tempo, non si riesce a star dietro alle cose, bisogna correre per l’intera giornata inseguendo un pulviscolo di impegni senza fine. Un lamento che, talora, si mescola agli ultimi echi di una delusione ormai consumata: la speranza che l’avvento dell’elettronica, l’economia della New Age – com’era stata battezzata con non pochi inni di gloria – avrebbero fatto risparmiare tempo, ridotto le ore di lavoro, consegnato alle macchine non poche occupazioni della nostra vita. Niente di tutto questo è accaduto. Anzi, nel paese che è stato il cuore di quella rivoluzione il tempo di lavoro è addirittura aumentato. Gli americani lavorano in media almeno 50 ore alla settimana e 350 ore in più rispetto alla media dei lavoratori europei. Alcuni di loro, l’abbiamo già visto, hanno orari giornalieri da primordi della rivoluzione industriale. Le loro vacanze si limitano al massimo a una o due settimane all’anno. La grande maggioranza resta a casa o va a spasso solo nel week-end. Come ha scritto lo storico americano Benjamin Hunnicutt nel volume collettaneo curato da De Graaf, Take Back Your Time, «neppure la maggioranza degli schiavi nel mondo antico e i servi durante il Medioevo lavoravano così duramente, così regolarmente, e così a lungo quanto noi». Un’affermazione che non va presa assolutamente in senso metaforico. Si tratta, infatti, di una banale verità storica nota da tempo. Anche per i servi della gleba sappiamo che, sia pure in condizioni di illibertà e talora di oppressione, lavoravano annualmente di gran lunga meno degli operai di oggi. Essi sopportavano una lunga giornata di fatiche solo nelle fasi dei grandi lavori stagionali. Era del resto il volgere del sole a scandire i tempi della loro presenza sui campi. Non c’era la luce elettrica a rendere illimitata la giornata di lavoro, come accade oggi in una fabbrica di Detroit o in un ufficio di Washington. Certo, gli Usa rappresentano un caso particolare ed estremo, che comunque getta luce sul possibile futuro di noi europei. Occorre renderlo ben evidente, perché è questo modello che un numero senza fine di analisti e di moderni profeti continua a indicarci come la meta del nostro avvenire. In realtà, la mancanza di tempo, l’affanno quotidiano dietro le cose, non è un fenomeno semplicemente connesso all’incremento degli orari di lavoro. Non si avverte e si soffre solo sotto i cieli della California o di New York. E neppure è un semplice derivato della crescente lentezza degli spostamenti urbani nel vortice del traffico, che assorbe tempi di vita crescenti prima e dopo il lavoro. Certo, la produzione industriale capitalistica, che ha fondato l’accumulazione dei suoi profitti sull’orario di lavoro degli operai, ha imposto all’intera società la stretta maglia di un tempo astratto, nella quale ha rinchiuso tutti noi come segmenti di un grande orologio perennemente in moto. Eppure, a dispetto di una vita rigidamente programmata, gli individui sono riusciti, nel corso del Novecento, a conquistarsi spazi di libertà. Grazie alla diminuzione della giornata lavorativa, alle lotte operaie, alle rivendicazioni dei sindacati, alla pressione dei partiti della sinistra, all’iniziativa di qualche capitalista di genio, come Henry Ford, la società industriale ha finito con il generare il tempo libero, le vacanze, la vita privata come momento separato dal lavoro. E tutto questo per un numero sempre maggiore di cittadini: un fenomeno che nella seconda metà del secolo scorso ha interessato in Occidente vasti settori popolari. Per gli individui, la stessa cattura del tempo libero da parte della società industriale aveva qualche buona contropartita nella ricchezza assolutamente inedita delle esperienze che potevano riempire la loro vita. L’aveva acutamente osservato un poeta, Paul Valéry, addirittura nel lontano 1945: «Oggi, un uomo giovane, sano e relativamente agiato vola dove vuole e attraversa il mondo speditamente, dormendo ogni sera in un palazzo. Può scegliere tra cento forme di vita; può gustare un po’ d’amore, un po’ di certezza un po’ d’ovunque». È una visione da dandy, d’accordo, ma dice molto. Uscire dalla monotonia dei giorni sempre uguali, dall’«idiotismo della vita rurale», per dirla con Marx, ha significato, almeno per una parte ampia e fortunata delle società industriali, aprirsi a una inedita ricchezza di esperienze di vita. Ma è ancora così? O il limite positivo di tale trasformazione è stato già valicato? Non è forse che le «esperienze di vita» oggi si sono impossessate di noi? |
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4/22/2008 |
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Piero Bevilacqua |
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