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Printable Version Il nostro orto antirecessione


STRATEGIE URBANE
Il nostro orto antirecessione

di Francesca Gentile Foto di Lucas Foglia

http://dweb.repubblica.it/dettaglio/Il-nostro-orto-antirecessione/51588?page=2 

orto urbanoLa crisi fa impennare i prezzi da Wall Street al supermarket. E gli americani si organizzano, coltivandosi il cibo nei community gardens di quartiere

Coltivare la verdura sotto casa non è solo una garanzia di genuinità, negli Usa colpiti dalla recessione è anche una necessità economica. I community gardens, gli orti di quartiere e condivisi tra più persone o famiglie di diversa composizione, etnia e cultura alimentare nei lotti abbandonati delle città, stanno diventando vere e proprie “banche verdi” dove zappando la terra si ossigena il bilancio, limitando la spesa al supermercato.
Secondo il Dipartimento dell’agricoltura i prezzi sono cresciuti dall’anno scorso del 7,2%: le uova costano il 20% in più, i latticini il 10%. È l’impennata più vertiginosa dal 1989.
Sullo sfondo, i rincari del carburante e dei trasporti. La gente fa fatica e adotta strategie da survivers. Acquista prodotti oltre la data di scadenza, ridotti nel prezzo e seminascosti negli scaffali dei negozi, e si è organizzata nell’apprendere la tecnica dell’eco-fai-da-te.
Scorrendo i risultati di un sondaggio condotto dalla National Gardening Association si apprende che la vendita dei prodotti da giardino è aumentata del 3% nel 2007, registrando la prima significativa crescita di fatturato dal 2002, e che le famiglie hanno speso in erbe il 45% in più e in piante commestibili il 21%.

Risultato: fioccano le richieste di un fazzoletto di terreno da coltivare nei community gardens e si allungano le code e i tempi d’accesso. «È vero, la lista d’attesa è piuttosto lunga», spiega Katherine Brown, direttrice del Southside Community Land Trust, no-profit con base a Providence in Rhode Island e la missione di aiutare le persone a coltivarsi il cibo in città: «Privilegiamo le famiglie che hanno bisogno, con un reddito annuo che talvolta non supera i 16.500 dollari».
L’esperimento di Providence è esemplare. «La nostra organizzazione è nata nell’81 grazie all’imprenditrice sociale Debbie Schimberg», racconta Brown, «la nazione era in piena crisi economica, il mercato immobiliare rasentava la bancarotta. Le persone avevano raggiunto un tale stato di disperazione che davano fuoco alle proprie case, perché il premio assicurativo era più alto di quanto si otteneva vendendo l’immobile.
Motivo per cui nelle città ci si imbatteva in moltissimi lotti vuoti. Evitare che i terreni abbandonati diventassero luoghi di degrado e spaccio di droga fu una delle ragioni che spinse la Schimberg ad acquisire gli spazi per la creazione dei giardini. Inoltre la città stava vivendo il suo primo grande flusso immigratorio dal Sudest asiatico, America Latina e Sud degli States con gli afroamericani. Comunità con la medesima tradizione agricola. Salvare la terra dallo sfruttamento immobiliare per consegnarla ai cittadini è stata la nostra scommessa».

Le difficoltà dell’economia accompagnano la storia dei community gardens, macchie verdi (orti o giardini) la cui permanenza o sparizione è spesso legata all’andamento di Wall Street. Durante la Prima e Seconda guerra mondiale agli americani veniva chiesto di coltivarsi la verdura per permettere ai contadini di nutrire i militari. Allora si chiamavano “victory gardens” e sfamavano i civili.
Finita la guerra furono trascurati e sparirono. In Europa, specie in Francia e Inghilterra, erano fre-quenti nelle zone rurali. Nei 70 in America, con l’inflazione, rinacquero nelle aree metropolitane e diedero vita a movimenti ecologisti ante litteram. Con la diminuzione del prezzo degli alimentari sparirono per ricomparire nel decennio seguente.
«Ora i community gardens stanno conoscendo una nuova popolarità», continua Katherine Brown. «Compriamo gli spazi (in 25 anni abbiamo convertito 5 acri di terreno, oltre 20mila mq, in giardini coltivabili), poi affidiamo a ciascuno, per la cifra simbolica di 25 dollari l’anno, un pezzettino di terreno, con l’impegno di tenere pulito e non litigare con i vicini. Il risparmio mensile va dagli 80 ai 160 dollari. Cifre consistenti per il budget di una famiglia a reddito modesto».


Le storie sono tante e sembrano favole. Come quella di Chue Kue e la sua cerchia di parenti. Ebbero tre giorni per fuggire. Una corsa disperata, a piedi, attraversando i fiumi. Colpevoli, come tanti di etnia Hmong del Laos, di collaborare con gli americani. Salvano la semenza e gli attrezzi da giardinaggio. Oggi quei semi germogliano nel “Somerset Community Garden” di Providence, assieme ai semi di altri da ogni parte del mondo. «La storia di Chue Kue è vera», conferma Katherine Brown.
«I nostri “giardinieri” provengono da Liberia, Laos, Cina, Repubblica Dominicana, Irlanda, Guatemala, Haiti, Giamaica. Ognuno coltiva il terreno seguendo le usanze del proprio Paese. I prodotti di conseguenza sono estremamente diversificati.
È un piccolo mercato globale fondato sul rispetto delle tradizioni locali». Il prossimo passo? «Costruire complessi abitativi per la working class dotati di terreno agricolo a disposizione degli inquilini», conclude.
Agnes E. Green è il presidente della Brooklyn Queens Land Trust, no-profit che supervisiona 34 giardini comunitari nell’area newyorkese. «Stiamo mettendo a punto un progetto per rifornire la scuole di verdure fresche, in collaborazione con il ministero della Salute», spiega.
«È importante raggiungere le famiglie povere, che ancora soffrono gli effetti della rivoluzione alimentare anni 60 che ha spazzato via le tradizioni etniche in favore del fast food. Fasce sociali dove l’abitudine a un’alimentazione sana è quasi assente e i community gardens possono giocare un ruolo fondamentale».

Joe Robinson è un omino rugoso dell’Illinois. Nel ’68 ha fondato il community garden di Classon Avenue, nel cuore di Brooklyn. È tra due brownstones, le tipiche case di pietra marrone, con verdure di ogni genere coltivate da una decina di famiglie. In fondo c’è un lungo tavolo, un barbecue e un murale che ritrae i componenti della comunità.
«Qui siamo tutti figli di contadini», racconta, «non c’è niente di più naturale per noi che coltivare la terra». Gli fanno eco Demetrice Mills dal North Carolina e Williams Harper dalla West Virginia, responsabili della gestione del giardino. «Siamo nati nel Sud», dice Demetrice, «quello che produceva la nostra terra veniva distribuito alla comunità.
Questo giardino è al servizio del quartiere. Qui non abitano persone abbienti, la gente ha bisogno di aiuto. Ricordo che se qualcuno si trovava in stato di necessità mia madre lo invitava a prendere ciò che desiderava, “ce n’è abbastanza per tutti”, diceva. Per noi condividere è normale». Aggiunge Williams: «È importante coinvolgere i giovani. La gente si ferma, apprezza, vuole imparare, e cambia mentalità.
Dobbiamo raggiungere le nuove generazioni attraverso le scuole». «L’anno scorso sono state prodotte 50 teste di cavolo», continua Joe, «senza fertilizzanti chimici.
Uso teste di pesce, un’usanza del Mississippi. Non si butta niente. Quando le piante maturano si lasciano morire nel terreno e vengono riciclate naturalmente». Pomodori, cetrioli, zucchine: «Ci ritroviamo insieme a sbucciare i fagioli come da bambini con le nostre nonne.
E per il Thanksgiving ognuno riceve un regalo dalla terra», dice Demetrice. Ma i newyorkesi sono capaci di spingersi oltre. Non solo si rivolgono ai community gardens del quartiere per sfamare la famiglia in maniera genuina, ma hanno cominciato a vendere i loro prodotti ai vicini o nei mercatini locali.

Il movimento di “agricoltori urbani” è in espansione e risponde a una emergenza economica da una parte e all’allarme obesità e diabete dall’altra.
A testimonianza della minimprenditoria agricola sono sbocciate alcune iniziative: nel South Bronx il gruppo La Familia Verde ha inaugurato un mercato di prodotti caraibici coltivati in loco. La Bed Stuy Farm ha esposto il surplus, soprattutto fichi e pomodori, sui marciapiedi di Brooklyn. A Red Hook la community farm Added Value ha fornito pomodori e rucola ai ristoranti della zona. Sembrano anni luce i tempi del sindaco Giuliani, nemico numero uno dei community gardens, da lui considerati sgraditi “ospiti” su preziosissimi lotti di terreno da vendere agli immobiliaristi, per portare dollari nelle casse della città.

Per salvare 114 giardini messi all’asta dal Comune si era mossa persino l’attrice Bette Midler con la sua organizzazione New York Restoration Project. Bloomberg, il sindaco attuale, più morbido sull’argomento, fece di tutto per raggiungere un compromesso. Oggi New York può dormire sonni tranquilli. I community gardens non si toccano.


(Pubblicato il 21 luglio 2008)


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 Added on:  7/22/2008
 Author/Source:  Francesca Gentile
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