ECOFAMIGLIE La lattuga che salvò il pianeta di Barbara Placido, foto di Emma Hardy -<da Repubblica.it
Viaggio nella fattoria dei Saggers, 20mila metri quadrati di terra coltivati biologicamente. Perché per combattere i cambiamenti climatici non basta cambiare le lampadine
Non so se è così anche per voi”, ha scritto sul New York Times Michael Pollan, guru del movimento ambientalista americano e autore di Il dilemma dell’onnivoro (Adelphi 2008) e La botanica del desiderio (Saggiatore 2005), “ma per me il momento più angosciante nella lettura di Una scomoda verità non è stato quando Al Gore avanza l’inoppugnabile tesi che i cambiamenti climatici stanno mettendo a rischio la sopravvivenza del nostro pianeta. No, il momento più cupo è alla fine, quando a fronte del disastro ci chiede di... cambiare le lampadine. È allora che mi dispero. La mancanza di proporzioni tra l’enormità della situazione che Gore descrive e la futilità di quello che propone è tale da far perdere la speranza”.
Perché, questo sostiene Pollan, cambiare le lampadine non basta. Dobbiamo, invece, iniziare a “coltivare un po’ - anche solo una minima parte - del nostro cibo”. Proposta indecente? Non per gli inglesi. Oggi, chi si trovi a camminare per Londra, per Manchester, o per i paesini della campagna inglese, si scopre circondato da balconi, terrazze e giardini ricchi di verdure: nei luoghi più inaspettati vede spuntare gli allotments, orti demaniali (oggi in Gran Bretagna ce ne sono 330mila) che il Comune offre in concessione a chi si impegna a coltivarli.
La sola città di Londra produce, nei suoi orti, 16mila tonnellate di verdure all’anno. E, secondo le statistiche dell’Associazione del commercio agricolo, negli ultimi tempi le vendite dei semi da fiore sono diminuite del 32%, mentre sono cresciute del 31% quelle dei semi di erbe aromatiche e verdure. L’Inghilterra, ormai, è piena di contadini dilettanti.
A motivarli «non è più», spiega Mr. Stokes, segretario dell’Associazione nazionale parchi e lotti, «la necessità di risparmiare, come accadeva cinquant’anni fa. Ma il desiderio di avere cibo fresco e uno stile di vita diverso». Sempre più consapevoli e preoccupati degli effetti che pesticidi e fertilizzanti hanno sui prodotti che consumiamo, quindi sulla salute, nostra e della terra, i cittadini inglesi si difendono così: dedicandosi all’orto.
Ma se i giardinieri della domenica sono molti, sono in pochi a impegnarsi a tempo pieno all’agricoltura. Pochi e determinati, come Simon e Jacqueline Saggers. Per loro davanzali e lotti non erano sufficienti: ci voleva invece “Guilden Gate”, una fattoria di circa 20mila mq di terra coltivati biologicamente. Altro che dilettanti, i Saggers sono (così amano definirsi) technopeasants, contadini tecnologici, capaci di unire sapere tradizionale e tecniche moderne. E di creare un’oasi ecologica.
“Guilden Gate” (il sito), nel paesaggio piatto e verdeggiante dell’East Anglia, nel villaggio di Bassingbourn, circa 25 km a sud di Cambridge, è proprio questo: un podere tradizionale e al tempo stesso un modello innovativo di agricoltura e di architettura ecologica.
L’edificio principale, una struttura elegante, moderna e discreta è, spiega Simon, «il frutto di anni di ricerca e studio».
Qui tutto - dal legno dell’edificio principale alle tegole, fino al letto a castello dei bambini, George di 6 anni e Maddie di 4 - è riciclato o riciclabile. L’isolamento termico è impeccabile, l’esposizione (naturalmente a sud) perfetta: persino Jacqueline, che si dice freddolosa, deve ammettere che la casa, riscaldata com’è solo da una stufa, è veramente calda.
A provvedere al fabbisogno d’acqua è la pioggia, raccolta in tre enormi cisterne sotterranee, da cui Simon estrae con nonchalance, malgrado la fatica, l’acqua con una pompa azionata a mano. Le acque nere diventano concime. E adesso che in mezzo al prato di fronte alla casa si erge un’alta turbina eolica, i Saggers sono indipendenti dalla rete elettrica nazionale (anzi, vendono alla rete elettrica l’energia che producono in sovrappiù).
Per completare il quadro: niente fitofarmaci o concimi chimici, naturalmente, ma solo fertilizzanti organici e rotazioni colturali. Ma per quanto moderna e innovativa, “Guilden Gate” è anche un vero e proprio modello di continuità con la tradizione. La famiglia Saggers vive e lavora nella proprietà dal XVII secolo. La casa dove oggi abitano Simon, Jacqueline e i loro due figli, è costruita lì dove fino a qualche decina di anni fa il padre di Simon teneva 10mila polli. Per lui, quindi, creare “Guilden Gate” ha voluto dire tornare in un luogo familiare.
Ma un luogo che, negli ultimi cinquant’anni, è cambiato profondamente. «Quando ero bambino io, qui c’erano una ventina di fattorie. Oggi ci siamo solo noi. Per il resto, si tratta perlopiù di pendolari tra qui, Cambridge o Londra». «Nel dopoguerra», aggiunge, «in Inghilterra è stata incoraggiata, come panacea a ogni problema, un’agricoltura convenzionale e intensiva ». E questo ha finito per generare «cambiamenti tutti negativi: le comunità rurali stanno semplicemente scomparendo».
Messo di fronte a questa realtà, armato dei suoi ideali ecologici, Simon (membro del Green Party fin dai tempi dell’università) ha deciso di creare “Guiden Gate”: «L’espressione fisica delle mie convinzioni». Simon ha sempre saputo che alla fine sarebbe tornato qui. «Sarà anche un cliché», riflette, «ma la terra uno ce l’ha nel sangue.
È proprio vero. Da ragazzo non vedevo l’ora di andarmene, ma sapevo che alla fine sarei tornato».
E a diciotto anni, Simon se n’è andato: prima all’università, a Manchester, e poi a lavorare a Londra. Dove, nel 1995, ha incontrato Jacqueline, e insieme sono partiti per un giro dell’Asia (India, Thailandia, Malesia, Nuova Zelanda e Australia) durato due anni. Tornati in Inghilterra, ad aspettarli hanno trovato sì il loro pezzo di terra, ma anche un’infinità di inaspettate difficoltà burocratiche: fare di “Guilden Gate” una fattoria ecologica è stata un’odissea. «La verità è che oggi, in Inghilterra, coltivare e vivere della propria terra è diventato praticamente illegale. Non c’è niente altro che richieda la medesima fatica: ci vogliono tempo, denaro e una fottutissima testardaggine per ottenere l’approvazione ufficiale».
Il problema secondo Simon «sta nel baratro che separa la retorica politica - tutta a favore dell’ecologia, dell’agricoltura biologica - e la burocrazia. Se il governo, laburista o conservatore che sia, avesse veramente intenzione di favorire lo sviluppo dell’agricoltura biologica, non renderebbe le cose tanto complicate, offrirebbe delle agevolazioni». E lui, che è un ottimista per natura («Di un ottimismo che rasenta la sconsideratezza, sarebbe difficile altrimenti sopportare l’imprevedibilità dell’agricoltura») da questa esperienza è uscito scottato e deluso.
«Forse siamo stati ingenui», spiega Jacqueline, «pensavamo che ci avrebbero accolti con le braccia aperte. In fondo volevamo costruire una fattoria biologica sulle rovine di vecchi pollai. Piantare alberi, crescere orti, laddove non c’era niente». Alla fine, però, hanno vinto: oggi “Guilden Gate” è un modello di architettura e agricoltura ecologica (Simon organizza visite guidate per gruppi e associazioni interessate a imparare da lui come costruire una fattoria simile).
Rimane il fatto che, burocrazia a parte, mandare avanti “Guilden Gate” è faticoso. «Dal punto di vista economico, le cose sono ancora difficili», continua Simon. Paradossale, no? I prodotti biologici costano cari, ma chi li produce non si arricchisce. «Produrre in maniera etica ed ecologica è costoso. Il cibo costa. Ma siamo abituati a pensare che possiamo nutrirci pagando poco. Persino i prodotti importati, che un tempo erano considerati di lusso, da usare in occasioni speciali, sono diventati qualsiasi. È una logica, un modo di vivere, sbagliato. Soprattutto, non sostenibile: non solo dal punto di vista ambientale, ma anche economico».
Non c’è niente di punitivo o particolarmente austero nelle convinzioni come nelle abitudini dei Saggers. A dire il vero, seduti al tavolo della loro elegante e comoda cucina, musica di sottofondo, collegamento Internet sempre attivo, i bambini appena tornati da scuola che si aggirano curiosi e furtivi, non sembra proprio che questo stile di vita (faticoso, certo; imprevedibile, anche - ma l’agricoltura lo è sempre) comporti enormi rinunce e sacrifici.
«Non c’è niente che vi manchi, di cui abbiate nostalgia?». «No, veramente non c’è niente di cui sentiamo la mancanza», risponde Jacqueline, sorridente, sicura, sincera. «La questione fondamentale», aggiunge Simon, «è riuscire a distinguere tra bisogni e desideri. Non sempre è facile. Il nostro progetto era renderci indipendenti rispetto alle nostre necessità di base, dunque rispetto al cibo, all’elettricità, all’acqua». Certo, ci sono tante cose che non sono immediatamente necessarie, ma cui non bisogna rinunciare.
«Per esempio, non produciamo stivali per la pioggia », dice Simon, «quelli li compriamo». Ma una cosa è comprare un paio di galoche, un’altra nutrirsi quotidianamente di verdure che, prima di arrivare nei nostri piatti, hanno attraversato distanze maggiori di quelle che una famiglia media percorre in un anno. Fagiolini che arrivano dal Kenya, mele dal Cile, pomodori dal Sudafrica. «Perfino le verdure che magari sono state coltivate qui in East Anglia, vengono mandate in Scozia per essere impacchettate, e poi rispedite nel supermercato dietro casa».
Questi percorsi inutili, questi viaggi superflui di merci, sprechi ingiustificati, costi insostenibili, sono diventati parte fondamentale del nostro modo di vivere. “Guilden Gate” vuole offrire un modello diverso. «Quando progettavamo la fattoria», racconta Simon, «sapevamo che avremmo voluto dei figli. Abbiamo cercato di costruire un luogo dove potessero crescere comodamente, piacevolmente e che fosse loro di ispirazione. “Guilden Gate” è anche il nostro testamento morale».
Una generazione fa, il padre di Simon avrebbe voluto che suo figlio a tutto si dedicasse, fuorché all’agricoltura, troppa fatica, troppi rischi. Oggi, Simon e Jacqueline dicono che sarebbero felici se i loro figli scegliessero di rimanere a “Guilden Gate”. Ma la generazione futura è ancora un’incognita. E una scommessa. La speranza, è che non si limiti a cambiare qualche lampadina. (Pubblicato il 17 settembre 2008) |