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Nell’orto archeologico dei frutti perduti. "Vi presento le mie piante orfane"
CITTA' DI CASTELLO - Li troverà mai il fico rondinino di San Sepolcro e la pera carovella dei pranzi rinascimentali? Isabella Dalla Ragione li cerca anni. Dà loro la caccia nei piccoli villaggi di montagna, nelle ville padronali e negli antichi conventi del centro Italia. "Perché li cerco? Per salvarli, sempre che non siano già scomparsi, da un'estinzione quasi certa. Vorrei anche proteggere il sapere popolare che per secoli ha garantito la crescita delle loro piante", dice Isabella.
Di rari alberi da frutta, questa donna elegante e bella, con occhi dolci e mani da carpentiere, ne ha già messe in salvo oltre cento varietà, tra cui il ciliegio bianco, il melo muso di bue e quello batocchio, il pero somentino, l'uva delle vecchie e il fico gigante degli zoccolanti. "Ormai, molte di queste sopravvivono soltanto nel mio podere. Io le chiamo le piante "orfane" perché per secoli hanno dato da vivere a intere famiglie ma oggi non c'è più chi le lavora. E loro per campare hanno bisogno della mano dell'uomo". Per salvaguardare questo patrimonio le è bastato scovare la pianta in pericolo, tagliarne un rametto con un paio di gemme ed innestarlo.
La sua piccola azienda agricola sorge a San Lorenzo di Lerchi e consiste in una collinetta di otto ettari a pochi chilometri da Città di Castello, in quel corno in cui l'Umbria s'infila tra la Toscana, le Marche e l'Emilia Romagna. "È una zona di confine e di scambio, lungo la valle tiberina che è stata nei secoli strada di pellegrini e commercianti. Qui, con mio padre Livio abbiamo creato l'associazione Archeologia arborea e piantato circa quattrocento alberi di mele, pere, susine, fichi e pesche. Tutti a rischio. Tutti salvati per il rotto della cuffia".
Dall'anno scorso, Livio non c'è più. Da allora, il podere riposa tutto sulle solide spalle di Isabella. "Il lavoro non mi spaventa: da quando ero piccola gli alberi li ho sempre curati io. Il problema è che non ricevo nessun sussidio. Certo, vado fiera del fatto che Gérard Depardieu abbia "adottato" a distanza la mia pera briaca: ma si tratta più di un aiuto morale che altro".
Già, per quanto curioso possa sembrare, questa preziosa esperienza di conservazione non riceve nessun sostegno da parte delle istituzioni. A nessuno è venuto in mente di finanziare questa piccola iniziativa che si preoccupa di salvare un grande patrimonio. Un patrimonio genetico e culturale che se dovesse scomparire sarebbe per sempre. "È mancata la sensibilità sia a livello regionale sia a quello nazionale", si lamenta Isabella.
È appena piovuto e dalla terra bagnata s'alzano profumi di mentuccia. Sul declivio di ponente, gli alberi sono piantati su dolci terrazzamenti. Ecco le piccole mele sasse, così chiamate perché dure come pietre, che andrebbero raccolte dopo le prime gelate. Proseguiamo ancora e troviamo la pera marzola: "Guardi che bel frutto, pare una scultura. L'ho cercata a lungo, fino al giorno in cui, in un paese di montagna, mentre la descrivevo ai pochi abitanti del luogo, una donnina mi disse: "Ma io ce l'ho!". E me la portò davvero". Simile è la storia del ritrovamento della zuccherina e profumata pera garofina, la cui cultura è in abbandono da decenni. "L'ho scovata a Casalini, vicino al confine con la Toscana. Ma i contadini che me l'hanno data adesso non ce l'hanno più. Se non l'avessi innestata non esisterebbe più". Le chiediamo perché tiene tanto alla pera carovella? "Perché era una pera raffinata e ricercatissima che probabilmente si mangiava solo quand'era sovramatura. Un po' come le sorbe, e che perciò oggi è andata perduta. |
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11/1/2008 |
| Author/Source: |
Pietro Del Re |
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http://www.repubblica.it |
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